Leonardo Volpi

Pesatura, Confezionamento Prodotti Alimentari, Etichettatura e Metrologia Legale.

Leonardo Volpi

È una domanda apparentemente semplice.

Una confezione riporta 500 g.

La mettiamo sulla bilancia e ne troviamo meno.

È irregolare?

La risposta non può essere ridotta semplicemente a “sì” o “no”.

Quando parliamo di prodotti preconfezionati a quantità nominale costante dobbiamo infatti ragionare sulla produzione nel suo complesso e sulle regole metrologiche applicabili, tra cui quelle che in Italia vengono comunemente associate alla Legge 690/78.

Il primo errore: guardare una sola confezione

Quando entro in questo argomento noto spesso due convinzioni opposte.

La prima:

“Ogni confezione deve essere almeno del peso dichiarato.”

La seconda:

“È sufficiente che la media sia corretta.”

Entrambe, prese così, sono semplificazioni.

Nel controllo dei preconfezionati entrano in gioco diversi criteri.

Tra questi troviamo il contenuto effettivo medio del lotto e i limiti ammessi per le singole confezioni.

Ed è proprio qui che compaiono concetti come gli errori massimi tollerati in meno, spesso indicati parlando di T1 e T2.

Perché esistono delle tolleranze?

Qualsiasi processo industriale presenta una variabilità.

Un dosatore impostato a 500 g non produrrà necessariamente una sequenza perfetta:

500,000
500,000
500,000
500,000.

Potremmo invece ottenere:

503
499
502
501
497…

La metrologia legale tiene conto del fatto che un processo reale non è matematicamente perfetto.

Ma questo non significa che sia possibile produrre liberamente confezioni sottopeso.

La logica è controllare contemporaneamente il comportamento complessivo del lotto e le singole unitÃ.

Il ruolo della media

Uno degli aspetti fondamentali è che il contenuto effettivo medio del lotto non deve risultare inferiore alla quantità nominale secondo le condizioni previste dalla disciplina applicabile.

Se dichiariamo 500 g, quindi, non possiamo impostare deliberatamente il processo per produrre mediamente meno prodotto confidando nelle tolleranze.

La tolleranza non è uno “sconto” sul peso dichiarato.

Questo è un punto importante.

E le singole confezioni?

Anche se la media è corretta, non significa automaticamente che qualsiasi confezione sia accettabile.

Esistono limiti relativi agli errori negativi delle singole unità.

Per questo un sistema di controllo efficace non dovrebbe limitarsi a mostrare:

MEDIA = 501,2 g

e dichiarare concluso il lavoro.

Bisogna sapere anche come sono distribuiti quei pesi.

Un esempio molto semplice

Immaginiamo due produzioni da 500 g.

Produzione A:

499 – 500 – 501 – 500 – 501 – 499 – 500

Produzione B:

470 – 510 – 520 – 500 – 530 – 480 – 490

Le medie potrebbero anche risultare simili.

Ma è evidente che i due processi non stanno lavorando nello stesso modo.

È la ragione per cui considero la deviazione e la distribuzione dei pesi informazioni preziose quanto la media.

La conformità dovrebbe nascere dal processo

L’approccio che preferisco non è:

“Quanto prodotto devo aggiungere per essere sicuro?”

Ma:

“Quanto posso rendere stabile il processo per produrre correttamente senza sovradosare inutilmente?”

La differenza sembra sottile.

Economicamente non lo è affatto.

Una linea stabile permette di avvicinarsi maggiormente al target corretto mantenendo sotto controllo il rischio di confezioni eccessivamente leggere.

Ed è qui che metrologia e produttività smettono di essere due argomenti separati.

Non basta avere una bilancia

Serve una procedura.

Chi effettua il controllo?

Ogni quanto?

Quante confezioni vengono controllate?

Come vengono registrati i risultati?

Cosa succede quando emerge un’anomalia?

Come viene identificato il lotto interessato?

Una bilancia può misurare perfettamente.

Ma se il processo intorno allo strumento non è organizzato, quella misura rischia di servire a poco.


Su Vite da Scaffale cerco di raccontare la metrologia legale partendo da ciò che succede realmente sulle linee alimentari.

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