
Negli ultimi giorni è difficile non imbattersi in post che parlano di una nuova legge che vieterebbe l’uso della parola “artigianale”, con sanzioni fino all’1% del fatturato.
Il messaggio è sempre lo stesso: è uscita una norma in Gazzetta Ufficiale, cambia tutto, attenzione alle etichette e al marketing.
A questo punto la domanda è inevitabile:
è davvero così?
La risposta, come spesso succede, è meno estrema di come viene raccontata.
La novità normativa: cosa c’è davvero
Una novità esiste.
Nel 2026, nell’ambito della legge sulle piccole e medie imprese, è stato affrontato in modo più rigoroso il tema dell’utilizzo della parola “artigianale”.
Per anni questo termine è stato utilizzato con grande libertà, spesso più come leva commerciale che come descrizione reale dell’attività produttiva.
L’intervento normativo va in una direzione abbastanza chiara:
legare l’uso di “artigianale” a requisiti oggettivi.
In particolare:
- l’iscrizione all’albo delle imprese artigiane
- lo svolgimento effettivo dell’attività produttiva
Non si tratta quindi di una semplice indicazione descrittiva, ma di un termine che richiama uno status preciso.
Il tema delle sanzioni
Uno degli aspetti che ha attirato più attenzione riguarda le sanzioni.
Le cifre che circolano sono corrette:
- fino all’1% del fatturato
- con un minimo di 25.000 euro
Si tratta di importi importanti, pensati per contrastare l’uso improprio e sistematico della qualifica di impresa artigiana.
È però fondamentale contestualizzare.
Non siamo di fronte a una sanzione automatica per ogni utilizzo improprio di una parola su un’etichetta, ma a un impianto normativo che mira a colpire comportamenti strutturati e ingannevoli.
Dove l’informazione diventa fuorviante
I contenuti che stanno circolando online presentano alcune semplificazioni che rischiano di generare confusione.
Non è una legge sull’etichettatura alimentare
La norma non nasce per disciplinare le etichette dei prodotti alimentari.
Riguarda l’artigianato in generale e la tutela della qualifica di impresa artigiana.
È evidente che il settore alimentare ne sia coinvolto, ma è diverso dal parlare di una nuova legge specifica sulle etichette.
Non è una novità “spuntata ieri”
Non si tratta di una disposizione improvvisa.
Il tema era già oggetto di discussione da tempo e l’intervento normativo è il risultato di un percorso già avviato nei mesi precedenti.
La narrazione dell’urgenza immediata è, in molti casi, una semplificazione eccessiva.
Non tutte le diciture sono automaticamente vietate
Spesso si tende ad allargare il campo oltre quanto previsto.
La norma riguarda il termine “artigianale” in relazione allo status di impresa.
Altre espressioni come “fatto a mano”, “tradizionale” o simili non sono automaticamente vietate.
Resta però valido un principio generale, già esistente da anni:
le informazioni fornite al consumatore non devono essere ingannevoli.
Cosa cambia davvero per chi lavora nel settore alimentare
Al di là delle semplificazioni, ci sono alcune conseguenze concrete da considerare.
Chi utilizza il termine “artigianale” dovrebbe verificare con attenzione la propria posizione:
- è effettivamente un’impresa artigiana?
- produce direttamente ciò che commercializza?
In caso contrario, è opportuno valutare l’adeguamento delle comunicazioni.
Allo stesso modo, è importante ricordare che la comunicazione commerciale non si limita all’etichetta.
Siti web, materiali promozionali e contenuti digitali rientrano a pieno titolo nell’ambito di applicazione delle norme sulla correttezza delle informazioni.
Una continuità più che una rivoluzione
Un aspetto che spesso viene trascurato è che il principio di fondo non è nuovo.
Le norme contro le pratiche commerciali ingannevoli esistono da tempo e si applicano già al settore alimentare.
L’intervento recente:
- rafforza il quadro esistente
- chiarisce alcuni ambiti
- introduce sanzioni più incisive
Non rappresenta però una rottura totale con il passato.
In Conclusione
Non siamo di fronte a un divieto generalizzato né a una rivoluzione improvvisa.
Siamo piuttosto davanti a un tentativo di riportare coerenza tra ciò che viene dichiarato e ciò che viene effettivamente fatto.
Per le aziende questo significa una cosa molto semplice:
verificare che le parole utilizzate – in etichetta e nella comunicazione – siano sostenute da elementi reali e dimostrabili.
Senza allarmismi, ma anche senza superficialità.